Capitolo
001

Quella giusta

31 mar 2025 · 4 min di lettura

Il primo video lo giro appoggiando il telefono da qualche parte, senza pensarci. Sono io che ascolto tre persone diverse darmi tre consigli diversi nello stesso momento, e la faccia che faccio mentre provo a tenerli tutti insieme.

Lo guardano centomila persone.

Non capisco perché. Ci metterò più di un anno a capirlo, e la risposta non è quella che pensavo.

Prima di lei ne ho provati tanti

Li chiamavo amici a quattro zampe, che è una cosa che si dice quando non hai ancora idea di cosa stai cercando.

Andavi, provavi, ti piaceva. Poi tornavi a casa e nella testa non ti restava niente. Non è che fossero cavalli sbagliati: è che non succedeva niente. Salivo, facevamo quello che c'era da fare, scendevo. Fine.

Ti insegnano a guardare le cose giuste. Gli arti. Il movimento in libertà. Come si comporta quando gli metti la sella. Fai le domande da manuale, ti fai fare la prova di flessione, guardi che non zoppichi.

E va bene così, è giusto guardare tutto quello. Ma non è quello che decide.

Poi è arrivata lei

Con Sally è stato diverso e non so spiegarlo meglio di così.

Sono salita e mi sono accorta che stava aspettando. Non aspettava un comando: aspettava me. Ha un modo di girare l'orecchio all'indietro che vuol dire ci sei?, e la prima volta che l'ha fatto ho pensato una cosa stupida — ho pensato che mi stesse parlando.

Non mi stava parlando. Però ci stava provando, e io ho capito che quello era il punto.

Non scegli un cavallo. Scegli una storia che non ti hanno raccontato per intero, e decidi che va bene lo stesso.

Il giorno in cui è diventata mia non ho fatto niente di speciale. Sono andata al box e sono rimasta lì. Non l'ho montata, non l'ho spazzolata. Le ho portato una mela e sono rimasta lì a guardarla mangiare, che è una cosa che si può fare per venti minuti senza annoiarsi, e nessuno lo sa finché non ha un cavallo suo.

Cosa non sapevo

Non sapevo che avere un cavallo vuol dire soprattutto stare in scuderia. Non montare: stare.

Pensavo fosse uno sport dove vai, monti, salti, torni a casa. È un posto dove passi le giornate. Il weekend non esiste più — non nel senso triste, nel senso che non è un giorno diverso dagli altri. Ci sono i suoi orari e diventano i tuoi.

Mi ci sono voluti mesi per capire che questa non era la parte da sopportare per arrivare alla parte bella. Era la parte bella.

Chi c'è dietro

C'è una cosa che si vede in tutti i video di questo mese, anche se non l'ho mai detta a voce.

Non sono mai sola.

C'è chi guida per portarci, chi sta lì mentre monto senza dire niente, chi si porta il panino in macchina perché tanto lo sappiamo tutti che si esce tardi. Mio fratello piccolo che decide di essere il direttore del maneggio e comincia a dare ordini a chiunque passi.

Non lo racconto io questo pezzo — non mi verrebbe bene. Però sta lì, nell'inquadratura, quasi sempre.

Alla fine del mese

Alla fine del mese ho scritto una frase e la penso ancora.

Una vita in maneggio. Non immaginavo così questo sport. Ma ho imparato ad amarlo anche così.

Anche così. Che vuol dire: con il freddo, con le mani sporche, con i giorni in cui non salti niente perché non è la giornata. Con un cavallo che ti dice di no e ha ragione lui.

Non è quello che avevo in testa a nove anni, quando ho cominciato.

È meglio.

Commenti

Accedi per lasciare un commento.