Capitolo
002

La prima caduta

30 apr 2025 · 3 min di lettura

Succede nel momento più stupido.

Non nel salto grosso, non in gara. Succede in piano, mentre pensi ad altro. Io stavo saltando concentratissima e un secondo dopo ero a terra, e nel mezzo non c'è niente — non mi ricordo il mezzo.

Mi rialzo subito. Si fa così, ti alzi subito, prima ancora di sapere se ti sei fatta male. Non è coraggio: è che ti vergogni.

La parte che nessuno filma

Il male fisico dura poco. Un fianco viola, una spalla che tira per una settimana.

La cosa che dura è un'altra, e me ne accorgo tre giorni dopo, in un momento in cui non c'entra niente: fila di tre barriere basse, roba che facciamo sempre. Arrivo alla prima e il corpo si irrigidisce da solo. Non l'ho deciso io. Le mani si chiudono, le spalle vanno avanti, e Sally lo sente prima ancora che io me ne accorga.

Perché è questo il punto: lei lo sa. Non sa cosa è successo, ma sa come sono fatta adesso, e si comporta di conseguenza. Rallenta. Chiede. Aspetta.

Mi avevano detto che bastava rialzarsi. Non è vero. Ti rialzi, sì. Ma la paura non scende da cavallo con te.

Cosa ho fatto

Niente di eroico. Sono tornata indietro.

Barriere per terra. Poi cavalletti. Poi un salto piccolo, uno solo, tante volte. Non perché non fossi capace di fare di più — le cose che facevo prima le sapevo ancora fare tutte. Ma le sapevo fare con un corpo che non aveva paura, e quel corpo lì non c'era più.

Quindi ho ricostruito quello, non la tecnica.

C'è voluto più di quanto pensassi e meno di quanto temessi.

La gara di quel mese

In mezzo a tutto questo c'è stata una gara, e non è andata.

Tanta preparazione, tanta attesa, e poi un percorso che non è mai partito davvero. Non un disastro: peggio, una cosa mediocre. Nessuna storia da raccontare, nemmeno quella brutta.

Sono tornata in macchina zitta.

E lì ho capito una cosa che poi mi è tornata utile mille volte: le giornate storte non sono tutte uguali. Ce ne sono di quelle che ti insegnano qualcosa e ce ne sono di quelle che ti insegnano solo che esistono le giornate storte. Anche quelle servono, ma servono di meno, e va bene ammetterlo.

Perché lo racconto

Perché quando l'ho raccontato — la caduta, senza girarci intorno — mi hanno risposto in tante.

Non con consigli. Con le loro. Anche a me. Anche io mi sono rialzata subito. Anche io dopo tre giorni tremavo.

Non sapevo che fosse una cosa che succedeva a tutte. Nessuno lo dice, perché il video che si mette è quello del salto riuscito.

Alla fine di quel mese ho scritto una frase che ancora adesso mi sembra quella giusta:

A volte non serve essere perfetti. Serve solo crederci abbastanza da provarci ancora.

Non è nato da una vittoria, questo racconto. È nato da una caduta.

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